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Romaneapolis, porta del Mediterraneo


Romaneapolis è il grande progetto di integrazione delle aree urbane di Roma e Napoli. Un progetto affascinante e stimolante sotto molteplici profili, da quello storico-artistico e culturale a quello economico, trasformando la capitale e la principale città del Mezzogiorno in un’unica grande metropoli usufruendo di una serie di infrastrutture che permetteranno di abbattere le distanze spaziali tali da consentire una svolta storica paragonabile a quella del 1960 con l’apertura dell’autostrada del Sole: con l’inaugurazione dell’Alta Velocità le due città distano poco più di un’ora di treno, un tassello fondamentale per lo sviluppo di tutto il meridione.
Un percorso ambizioso ma sicuramente praticabile, in grado di incentivare ancora di più il mercato del lavoro sia in entrata che in uscita, ma soprattutto una grande occasione di sviluppo che partirà dalla candidatura congiunta per l’assegnazione delle Olimpiadi del 2016, non esaurendosi tuttavia in quest’unico grande evento, ma puntando altresì allo sfruttamento delle sinergie da un punto di vista economico, imprenditoriale, turistico attraverso la valorizzazione congiunta dei rispettivi, incalcolabili patrimoni artistici e paesaggistici.

L’idea di realizzare un progetto di integrazione tra le aree urbane di Roma e Napoli, tuttavia, non è nuovo. Già negli anni ’60 nacque un profondo dibattito incentrato sull’argomento, proprio alla luce della “riduzione” della distanza tra Roma e Napoli in virtù dell’apertura dell’autostrada del Sole, incentrato su un progetto sostenuto da eminenti studiosi e professori, tra i quali gli ispiratori Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, e battezzato “RoNa”, frutto dell’idea di creare un asse di riequilibrio economico territoriale Roma-Napoli in grado da funzionare come contrappeso al triangolo industriale del Nord. Nel 1967 Compagna pubblicava ne La politica della città un intero capitolo dedicato alla funzione strutturale di tale asse: siamo negli anni del boom industriale, dell’affermazione delle aree di Genova, Torino e Milano che crearono il principale asse economico del Paese, ed in perfetta aderenza a quel contesto, il Rona si prefiggeva la progressiva industrializzazione dell’asse Roma-Napoli dando vita, nell’area del medio Tirreno, ovvero dalla foce del Tevere al Golfo di Napoli, ad un grande polo industriale integrato che potesse divenire il substrato comune delle due aree urbane, garantendo in tal modo lo sviluppo dell’intero Mezzogiorno. Nel primo numero di “Nord-Sud”, la rivista diretta dallo stesso Compagna, che si propose come la trattazione più organica e propositiva dei problemi del Sud, si può leggere nell’editoriale a firma del direttore: “Nord e Sud non stanno qui ad indicare i termini di un’astratta contrapposizione fra gli interessi delle regioni più sviluppate e le aspirazioni delle regioni più povere, ma piuttosto i termini elementari in cui si riassumono oggi tutti i problemi italiani come problemi di integrazione fra settentrione e Mezzogiorno d’Italia, nel quadro delle più moderne esigenze di integrazione fra Europa occidentale continentale ed Europa meridionale mediterranea”.
Il progetto tuttavia si arenò anche perché nel secondo dopoguerra la condizione per lo sviluppo del Meridione era ritenuta la questione urbana, cioè del rinnovo del tessuto edilizio attraverso un inquadramento terziario del territorio, e non si prese in considerazione il processo di grande trasformazione che avrebbe dovuto investire le due grandi realtà del Centro-Sud, sostenendo uno sviluppo industriale che si scontrava con la cultura e la tradizione delle popolazioni, ancorate rispettivamente alla presenza di una vasta classe della piccola borghesia a Roma ed alla contrapposizione tra le classi elitarie ed aristocratiche e quelle sbandate di una massa relegata ai margini della vita sociale a Napoli, mal sposandosi con la nascita di una classe operaia sul modello di quella lombardo-piemontese.

Il fallimento del “Rona” ha significato anche la progressiva accentuazione della separazione tra le regioni del Lazio e della Campania, che hanno seguito in tutti questi anni politiche e logiche del tutto indipendenti e incompatibili con un processo di integrazione e comune sviluppo. Almeno fino ad oggi, laddove sembrano tornare a materializzarsi quelle condizioni necessarie per favorire un processo che tuttavia deve partire dal basso e fondarsi non tanto su rispettabili ma improbabili e poco realistici studi provenienti da pur valenti accademici, ma su condizioni concrete in grado di superare gli sbarramenti che hanno accentuato il progressivo allontanamento delle due aree urbane. In tal senso, la linea ferroviaria veloce e l’evoluzione del quadro normativo con la riforma delle autonomie locali, costituiscono un primo significativo incentivo alla nascita delle grandi aree metropolitane.

Romaneapolis è un progetto ambizioso tanto più che non si limita all’espansione delle aree metropolitane e non mira ad una integrazione territoriale pura e semplice: l’idea di costituire una macro-città ha l’obiettivo di integrare le comunicazioni, i trasporti, il turismo (il che significa non farsi concorrenza interna e presentare pacchetti alternativi, ma coordinare l’offerta e condividerla) delle due regioni per creare un volano per l’economia e dare un nuovo punto di riferimento al Paese.
Un’integrazione economica e socio-culturale può valorizzare al massimo le potenzialità di ciascuna e creare una sinergia virtuosa in virtù delle diverse peculiarità delle due aree all’interno del Mediterraneo. Roma e Napoli, inoltre, integrate nella giusta misura possono ricoprire un ruolo riequilibratore nell’asse Europeo sempre più sbilanciato verso Est, partendo dalla consapevolezza che il Mediterraneo non può fare a meno dell’Europa ma neanche l’Europa può rinunciare alle enormi potenzialità di sviluppo e crescita che il Mediterraneo stesso offre. Una integrazione economica e socio-culturale, dunque, in grado di valorizzare al massimo le potenzialità di ciascuna e creare una virtuosa sinergia con ogni area protagonista per quello che ha di originale, evitando sovrapposizioni e duplicazioni.

Le condizioni difficili in cui versa la città di Napoli, afflitta dalla cronica mancanza di lavoro, sommersa da antichi problemi che vanno dal dissesto idrogeologico del suolo allo smaltimento dei rifiuti, umiliata da anni di malgoverno locale, palesano in modo ancor più evidente l’importanza di questo programma la cui realizzazione può donare un volto nuovo alla città; tutto ciò non deve trarre in inganno ritenendo tuttavia il capoluogo partenopeo relegato al traino di Roma e soggetto passivo dell’iniziativa. Napoli ha peculiarità tali da poterla presentare al pari della Capitale in un quadro geopolitico in via di definizione con una rinnovata centralità del Mediterraneo: Romaneapolis, per la favorevole ubicazione di Napoli, che la vede al centro del Mediterraneo in un punto di confluenza delle rotte marittime terrestri, crocevia e frontiera tra Europa, Medio Oriente e Africa, si candida ad essere la porta del Mediterraneo. Del resto non è un caso che il Mediterraneo sia riconosciuto come “la culla della civiltà”, una “civiltà urbana”, così come sottolinea il rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Alessandro Bianchi, fortemente legata alla città. La grande rivoluzione urbana che si è svolta 5000-6000 anni fa nel Vicino Oriente, si è trasferita in Occidente usando in larga parte quello straordinario veicolo di comunicazione che è il mare Mediterraneo. Dalle città di fondazione fenicia a quelle della Grecia, fino all’epoca romana durante la quale il Mediterraneo divenne una costellazione di città con i due grandi capisaldi, Roma e Costantinopoli, il centro pulsante del mondo si è concentrato intorno a questo mare, subendo un primo parziale ridimensionamento con la nascita dell’impero continentale di Carlo Magno, arrivando fino all’era moderna con il Mediterraneo relegato ad essere poco più di un mare chiuso.
A partire dall’inizio degli anni ’90, tuttavia, una serie di eventi hanno avuto significative implicazioni sul Mediterraneo e sulle sue città. La caduta del muro di Berlino con la conseguente ridefinizione dei rapporti tra Est ed Ovest, l’aggravarsi della questione mediorientale, la nascita dell’Unione Europea come nuovo soggetto politico ed economico ancora in gran parte incompiuto, l’accentuarsi della spinta da parte dei Paesi della riva sud verso il continente europeo, hanno reso il Mediterraneo nuovamente un luogo centrale per gli equilibri planetari.
In un quadro di straordinaria ampiezza e di grande complessità, le città sono destinate a giocare un ruolo decisivo, ma come lo stesso Bianchi precisa, stabilire in che modo è tutt’altro che semplice: “i problemi di assetto delle città e delle reti di connessione tra città sono molto complessi anche in condizioni statiche e di equilibrio; ancora più lo sono in condizioni fortemente dinamiche e squilibrate come si prefigurano quelle delle città mediterranee nel prossimo futuro”.

Questo quadro generale rafforza la grande opportunità che Romaneapolis può cogliere, anche in virtù delle ragioni precedentemente addotte che vedono il Mezzogiorno d’Italia essere il centro geografico del Mediterraneo, ovvero di un luogo che è destinato ad uscire dalla perifericità cui è stato relegato negli ultimi anni. Una centralità, tuttavia, che fino ad oggi non è corrisposta ad una centralità effettiva, visto che porti, aeroporti, telecomunicazioni vedono il Mediterraneo ancora come una frontiera che vive un processo di apertura colpevolmente lento ed i collegamenti con i paesi sudmediterranei sono più complessi e difficoltosi per le imprese del Mezzogiorno che non per quelle del nord Italia. I porti e gli aeroporti da cui partono i collegamenti per Nord Africa e Medio Oriente, infatti, sono essenzialmente a nord e costringono spesso le merci e le persone provenienti dal Mezzogiorno ad imbarcarsi al porto di Genova o all’aeroporto di Milano Malpensa, quasi al confine con la Svizzera. Un vero e proprio paradosso.
C’è da chiedersi quale realtà possa avere le carte in regola più di quella che abbraccia i territori del basso Lazio e della Campania costiera per divenire il sito sul quale indirizzare gli sforzi per la creazione di infrastrutture trans-mediterranee in grado di collegare la rete delle grandi infrastrutture europee a quelle in progetto nell’Unione Africana ed in Medio Oriente attraverso l’Italia e non attraverso la Spagna o i Balcani, alternative altrettanto valide che lascerebbero tuttavia il Mezzogiorno nella sua marginalità, facendogli perdere l’occasione storica di porsi, non più solo geograficamente, al centro del Mediterraneo. Del resto con i paesi dell’Africa settentrionale abbiamo da sempre molte affinità culturali consolidate dal comune patrimonio di storia e di valori pur vivendo culture e specificità diverse. Sono trascorsi più di dieci anni dalla stipula dell’accordo di Partenariato Euromediterranea avvenuto a Barcellona nel 1995 e nonostante la data per l’avvio dell’area di libero scambio è fissata per il 2010, il Mezzogiorno è ancora lontano da “quello sviluppo sostenibile e solidale condiviso” tra i popoli del Mediterraneo di cui tanto si è parlato. In questi dieci anni non sono mancate conferenze e dibattiti sul tema, di recente organizzati anche a Napoli dall’agenzia Ansa-med, ma non sono stati sufficienti a trovare la giusta chiave per aprire le porte del dialogo, del confronto e dell’avvicinamento della cooperazione sociale ed economica tra le diverse realtà, della comunicazione e della mediazione culturale. Non bisogna dimenticare che nell’attuale scenario geo-economico il futuro partenariato euromediterranea diventa la strada maestra per rafforzare la presenza dell’Italia nel mercato non solo inter-europeo ma mondiale, attraverso accordi tra imprese e gruppi di imprese. Per vivere questo processo da protagonisti dovranno essere risolti tutti i problemi e i limiti che hanno in questi decenni foraggiato la cosiddetta questione meridionale, consapevoli che la risoluzione dovrà trovare una risposta in ambito europeo e mediterraneo dove la nostra realtà geografica è strategica per la navigazione marittima, per i commerci, per un turismo nautico alla ricerca di porti attrezzati, di nuove linee marittime, di corridoi, di infrastrutture stradali, aeroportuali e ferroviarie adeguate al trasporto di persone e di merci (cit. Marco Mutinati, presidente Comitato Interregionale Mezzogiorno G.I. Confindustria).
Di tutto questo ha bisogno il Mezzogiorno, di una nuova porta sul mondo, di una “Porta del Mediterraneo” e Romaneapolis è lo strumento per non farci trovare impreparati all’appuntamento con la storia, superando decenni di sprechi e fallimenti, progetti non realizzati (apertura di sedi diplomatiche all’estero piuttosto che favorire un coordinamento tra le due regioni confinanti, mancata conversione di Bagnoli, mancata assegnazione dell’America’s Cup di vela, crisi del polo industriale della Pontina, mancata realizzazione di infrastrutture comuni, sviluppo distorto e discutibile del turismo sul litorale Domizio, degrado dilagante della periferia napoletana arrivata fino al centro della città in un quadro particolarmente desolante e preoccupante), ma soprattutto di mancanza di un disegno complessivo e prospettico di lungo periodo.
L’integrazione di Roma e Napoli sul piano delle comunicazioni, dei trasporti e del turismo si propone come il volano per l’economia, dando un nuovo fondamentale punto di riferimento al Paese.
Romaneapolis è dunque qualcosa di più di un sogno e di un’opportunità, è una esigenza di rilancio e sviluppo integrato di un’area territoriale che da un punto di vista culturale, turistico, commerciale, industriale e delle infrastrutture rappresenta un aggregato unico ed irripetibile in grado di tornare a bilanciare il rapporto tra Nord e Centro-Sud del paese, a rappresentare la capitale naturale del Mediterraneo ed a costituire il punto naturale d’incontro tra l’Europa continentale ed i paesi dell’Africa e del Medio Oriente.
Paolo Carotenuto (Centro Studi Mezzogiorno Europeo)


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